Un Viaggio ad Amarāvati
Salgo. Non so dire con precisione dove abbia smesso il mondo e dove sia cominciata la via che porta ad Amarāvati; so soltanto che il mio passo, all’improvviso, ha perso il peso che avevo addosso come una giacca bagnata. La strada non è una strada: è una scala sospesa tra cieli, lastricata di frammenti che brillano come gemme appena uscite dal fiume. Ad ogni passo sento un suono sottile, come una corda che vibra, e l’aria cambia sapore - non odore, sapore: un miele profumato di gelsomino che non appesantisce ma apre. All’ingresso, la porta di Amarāvati si apre su di me più che io su di lei. È un arco intarsiato d’oro vivo, e custodi dal volto calmo - yaksha con collane di perle e cavalieri dalle armature rifinite come nuvole d’argento - mi salutano senza stupore. Non mi chiedono chi sono; mi chiedono, con lo sguardo, se porto con me la piccola sincerità che serve per accogliere il divino. Offrono incenso e un fiore, e quando lo porto alle labbra sento il nettare del mondo intero scivolare via come una pelle che si spoglia.
La città si stende davanti a me come un giardino smisurato. Non vi sono case comuni: vedo padiglioni che galleggiano su specchi d’acqua, dimore dalle colonne d’oro che infilano il cielo, e lungo i viali - che non sono viali, ma strade di luce - le fontane cantano. Le fontane sprigionano un’acqua che non è solo liquida: è memoria, è canto, è risata. Ogni getto si curva in figura umana o animale per poi sciogliersi in petali. Mi avvicino e il fresco mi liscia la faccia; l’acqua sa di latte e di qualcosa che non si può spiegare, così come certe canzoni che si restano attaccate all’anima. Nelle piazze si svolge una quieta festa perenne. Gandharva suonano veena e flauti - il suono sembra dipingere i fiori che sbocciano intorno ai loro piedi - mentre le apsarā volteggiano sopra archi di vapore che diventano veli. Una di loro, Urvaśī, mi sorride come se leggessi un verso che nessuno ha mai scritto; i suoi capelli profumano di luna. Non avverto alcuna invidia, nessuna ferita che resti aperta: qui il tempo sembra un dono circolare che ti viene restituito ogni volta che lo perdi. Mi conducono alla corte di Indra come si accompagna un ospite onorato. Il Vajra-pāṭha si staglia oltre un lago di loto: il palazzo è una cascata architettonica di marmi traslucidi e mosaici che raccontano epopee. Il trono di Indra non è un oggetto, è una presenza: la sua figura è sontuosa senza volgarità, piena di autorità e di una stanchezza gentile. Lui mi guarda con occhi che raccolgono tempeste e carezze; mi offre nettare in una piccola conchiglia, e quando lo bevo capisco che la beatitudine non è la fine del desiderio ma la sua trasformazione in musica.
Attorno al palazzo, i quartieri hanno nomi e compiti che sembrano mappe di un mondo intero: qui si decidono le piogge che baceranno il raccolto di un villaggio lontano; là si tessono i sogni che entreranno nelle teste degli amanti. Vedo Varuṇa discutere con chi regola le correnti dell’oceano, vedo Agni con mani che non bruciano ma che illuminano; Vāyu passa come un pensiero veloce, spostando tende e melodie. Kubera, dal ventre carico di gemme, sorveglia i tesori che non sono solo oro ma occasioni: cicatrici redente, promesse mantenute.
Cammino per viali lastricati di lapislazzuli che riflettono il cielo come fosse un disegno in movimento. Le case dei devas sono palazzi di intimità - padiglioni aperti, verande in cui si discute di poesia e di equità; le stanze sono piene di tessuti che parlano, tappeti che sospendono il passo e sedili intarsiati. Non c’è fretta: le assemblee si svolgono a tempo di canto; le decisioni, anche quelle più terrene, arrivano come meteore - rapide e luminose - e lasciano dietro di sé semenze. Una bambina mi porge un frutto che non conosco: lo addento e la dolcezza è una memoria di tutte le estati della mia vita insieme. Mi dicono che qui anche i nomi hanno un peso leggero: gli abitanti si presentano come deva, devatā, o, più semplicemente, come Amarāvati-vāsin — i residenti di Amarāvati. Ma i nomi individuali scivolano dentro ruoli che cantano: c’è Chitraratha che dirige un coro di cieli, Menakā che cuce le nuvole in veli per le feste, e Siddha-Narayan, saggio che insegna a intrecciare speranze.
La sera - se esiste una sera - le lampade non si spengono, ma mutano colore. Le fontane, come buone cantanti, raccontano a bassa voce le storie di chi è passato per qui: eroi che hanno riso fino a perdere il cuore, amanti che hanno disegnato confini di luce. Un consiglio si riunisce e decide dove pioverà domani; le note di un flauto segnano l’avvio di una deliberazione, e io rimango a guardare come se fossi il primo uccello a osservare il mondo aprirsi.
Quando riparto, la via sembra meno ripida, come se Amarāvati avesse alleggerito la mia camminata. Non porto nulla di materiale, eppure sento addosso più pelle e meno peso. Non so dire se sia stata una ricompensa, una lezione o solo un dono curioso. So soltanto che, da allora, quando il mondo mi sembra troppo concreto, chiudo gli occhi e riascolto le fontane: so che, da qualche parte, una città di luce continua a tessere la pioggia e le canzoni, e che gli abitanti - i deva, gli Amarāvati-vāsin - sorriso dopo sorriso, abitano le mie pause con la loro musica.
