ACTA EST FABULA, PLAUDITE!
Giulio Cesare (con un tono ironico e solenne):
"Veni, vidi, vici..." Eppure, anche i vincitori sono destinati al tradimento. Roma è una madre crudele, una lupa che divora i suoi stessi figli senza esitazione.
Mi accusarono di voler essere re, ma io ero già Roma: le sue strade polverose, le sue legioni invincibili, il suo inesorabile destino. Non avevo bisogno di una corona, perché il mio nome bastava a scuotere il mondo.
Cleopatra? Una regina degna di un impero, certo. Ma Roma non si sarebbe mai inginocchiata davanti a un figlio del Nilo. Cesarione portava il mio sangue, eppure il Senato preferì il pugnale alla verità. Meglio un Cesare morto che uno nuovo in vita.
E Ottaviano... Oh, lui sì che fu astuto. Non era un condottiero, non era un guerriero, ma seppe usare il mio nome meglio di me. Io rifiutai di diventare un dio in terra—lui ne fece la sua maschera.
Il testamento? Era scritto con inchiostro romano, non con il sogno di un Oriente che mai avrei governato. Eppure, le mie parole furono cancellate dal tempo, i miei desideri calpestati dalla sete di potere.
Bruto, Decimo, Cassio… Mi credettero un tiranno, ma uccisero la Repubblica. Poveri stolti, pensavano di salvare Roma, ma le aprirono la porta all’Impero. Guardate ora: Augusto regna, il mio nome è inciso nel marmo degli dèi, e voi ancora discutete di me.
Chi scrive la storia? I vincitori, dite. Forse. Ma il tempo è un fiume che lava via i bugiardi.
Io, Cesare, ho conquistato una sola cosa: l’immortalità.
Acta est fabula, plaudite!
